Di solito quando pensiamo al nostro numero di cellulare, al codice della carta di credito, ai nomi delle persone che ci hanno fatto un torto, ai testi delle nostre canzoni preferite o al nome della bionda rimorchiata la sera prima in un bar, non abbiamo mai esitazioni. Ce ne ricordiamo sempre.
Invece quando le questioni sono più gravi, quando ci toccano in prima persona e richiedono quindi uno sforzo di partecipazione, sembra che la memoria venga in nostro soccorso, permettendoci di sottrarci per un secondo alla nostra coscienza e di fingerci sorpresi quando qualcuno porta di nuovo a galla il problema.
Sembra che dimenticare le questioni importanti ci faccia in un certo modo piacere, o forse è meglio dire che ci faccia comodo, perché quando ci rendiamo conto che qualcosa è sbagliato, che qualcosa non ha funzionato o che non va bene, è facile far passare un po’ d’acqua sotto i ponti e far finta che non sia mai successo niente.
Poi ci stupiamo che esistano persone coerenti che ogni tanto ci ricordano che il mondo va avanti a menzogne, che la gente fa affidamento sul nostro scarso interesse e che grazie a questo la meritocrazia va a farsi benedire.
E fanno bene a ricordarcelo. Perché i vari Beppe, Marco, Daniele, Luciana, Dario non solo rinfrescano in noi la memoria di ciò che è stato, ma ci fanno rendere conto che il mondo, e l’Italia, sta marcendo solo perché noi glielo stiamo permettendo.
Perché se ci ricordassimo che il 10% dei parlamentari italiani ha subito processi, moltissimi sono stati indagati, tanti sono stati condannati e nessuno ha scontato la pena, nessuno ha perso il posto e nessuno si è dimesso, allora ci accorgeremmo che qualcosa non quadra. Se ci ricordassimo che la mafia ha i maggiori contatti, e quindi interessi, nella politica, ci accorgeremmo che non tutti gli italiani sarebbero stati d’accordo con Falcone e Borsellino. E dire che le accuse di cui si sono macchiati i nostri politici vanno dalla truffa alla corruzione, dal falso alla fabbricazione di ordigni, passando per mafia, banda armata, violenza e omicidio. Ma a noi fa piacere dimenticare, così ogni tanto Bruno, Enrico o Giovanni dedicano una intera serata a parlare di queste cose. O forse approfittano di quelle serate per parlare di altro. E i politici ringraziano della partecipazione al programma e sanno che noi avremo dimenticato tutto il giorno dopo. Non è successo nulla. Ce ne siamo dimenticati, senza neanche un brutto sogno. O forse non l’abbiamo mai saputo.
Se ci ricordassimo di Sarno, delle crisi energetiche degli ultimi inverni, di Katrina, dei disastri petroliferi, dello tsunami, del buco nell’ozono, delle polveri sottili e delle estati da carbonella. Se ci ricordassimo che fin dagli anni ’80 gli scienziati di tutto il mondo ci avvertono che stiamo sfruttando troppo il nostro pianeta, che non riuscirà a reggere all’infinito il nostro carico e che prima o poi ci si ritorcerà contro, ci accorgeremmo che non è un problema nuovo, che non è un problema da poco e che non è un problema degli altri. Perché entro pochi anni avremo bisogno di due pianeti all’anno, perché l’unico che abbiamo non riesce a rigenerarsi in tempo per far fronte alle nostre richieste. Ma noi, da bravi, stiliamo un protocollo bellissimo, carico di buoni propositi, che sembra sistemare tutti i nostri problemi. E cominciamo a dimenticare. Ci dimentichiamo che un pezzo di carta è un pezzo di carta e non risolve problemi da solo. Ci dimentichiamo, o non ci viene detto, che l’Italia invece di ridurre le emissioni di CO2 del 6%, come ci siamo impegnati a fare, le ha aumentate del 16%, e solo negli ultimi due anni. Oppure facciamo finta di trovare la soluzione in progetti bellissimi, come il sempre di moda nucleare, o l’ultimo partorito, che prevede di sotterrare quantità spropositate di CO2 in depositi naturali sotterranei. Per sempre.
E allora sì che ci siamo dimenticati di un problema.
O se ci ricordassimo del Vietnam, della guerra in Kwait, Kosovo, Afghanistan, Cecenia, delle guerre di nostro nonno, delle stragi di mafia, degli attentati e del terrorismo forse ci renderemmo conto che la forza non è sempre una buona soluzione. Perché esportare la democrazia con le armi fa saltare la copertura, si è già smascherato il fine ultimo. C’è una contraddizione intrinseca nell’esportare la pace con la guerra, nel voler rendere a propria immagine un paese che non lo sarà mai, nel voler rivendicare diritti sul petrolio altrui quando noi non li rivendichiamo neanche sulla tessera blockbuster dell’amico. Ci dimentichiamo troppo spesso di quel che è successo nelle altre occasioni e pensiamo che questa volta sarà diverso. Ma ci sbagliamo. Quello che non ci viene detto è che dall’inizio della seconda guerra del Golfo il terrorismo è aumentato del 300% e che Al-Queda firma solo il 5% delle stragi, sebbene si sia dovuta elevare a capro espiatorio del terrorismo mondiale. Sappiamo, e quindi ci dimentichiamo, che sono morti 33 italiani, e quasi 4000 soldati statunitensi in Iraq. Ma nessuno dice che 6000 di quelli che sono tornati a salutare la bandiera a stelle e strisce si sono suicidati. E allora abbiamo già dimenticato.
Non ho ancora ben chiaro se preferiamo dimenticare gli errori del passato o abituarci al peggio per ciò che verrà. Ma credo che sia almeno un po’ triste tutto questo. Ci dimentichiamo delle persone, a meno che non ammazzino una nostra amica. Ci dimentichiamo dei politici, a meno che non ci facciano pagare dieci euro in più a Natale per fare i regali. Ci dimentichiamo della terra su cui camminiamo, a meno che non sia da perforare per cercare oro di tutti i colori, o da usare per seppellire gli scomodi resti del nostro pranzo coi parenti.
Ci dimentichiamo di tutto. Salvo il nome della bionda. Quello no.
Thinkin’ Pixie
pubblicato su "Ape del Conca"
lunedì 18 gennaio 2010
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